«Prima del previsto» · Informazione

Spot elettorali con l'AI: 187 milioni di dollari, e tre su quattro non lo dicono

Negli Stati Uniti gli spot elettorali fatti con l'AI sono passati da quasi zero a 187 milioni di dollari, e pochi lo dichiarano. Che cosa prevedono le regole in Europa e in Italia.

Disegno a tratto: quattro schermi con il volto stilizzato di un candidato, collegati da linee tratteggiate alla fessura di un'urna elettorale; solo uno dei quattro schermi ha in un angolo una piccola etichetta nera.
Negli spot americani fatti con l'AI l'avviso c'è più o meno una volta su quattro.

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Puntata del podcast · 10 min. La voce è la mia, ricreata con l'intelligenza artificiale.

Trascrizione della puntata

In Texas un candidato al Senato compare nello spot del suo avversario. Dice frasi che non ha mai detto, con una faccia e una voce rifatte dall'intelligenza artificiale. Negli Stati Uniti, quest'anno, per mandare in onda spot fatti con l'intelligenza artificiale sono stati spesi più di centottantasette milioni di dollari. Se succedesse da noi, due giorni prima del voto, chi se ne accorgerebbe in tempo?

Questo è Prima del previsto. Sono Matteo Ferrando. La voce che senti è la mia, ricreata con l'intelligenza artificiale.

Martedì tre novembre negli Stati Uniti si vota per le elezioni di metà mandato. Chi vince lo sapremo dopo. In questa puntata guardo a uno strumento della campagna che in due anni è passato da curiosità a voce di bilancio. Vediamo quanto si spende per gli spot fatti con l'AI, quanti lo dichiarano e che cosa prevedono le regole americane, europee e italiane. Poi ti dico dove, secondo me, tutte queste regole hanno lo stesso punto debole. Ti riguarda perché in Italia le prossime elezioni politiche sono attese nel duemilaventisette. E la campagna comincerà molto prima.

Prima di tutto, i numeri. Il ventinove ottobre il Wesleyan Media Project ha aggiornato il suo conteggio. È un centro della Wesleyan University che misura la pubblicità politica americana, e da mesi conta gli spot elettorali fatti in tutto o in parte con l'intelligenza artificiale. Per mandarli in onda sono stati spesi più di centottantasette milioni di dollari, e due settimane prima erano centotrentasette. Nel ciclo elettorale del duemilaventiquattro, lo stesso gruppo ne aveva trovati per meno di cinquantamila dollari. In due anni, da quasi zero a una voce di bilancio.

Il numero va letto bene. Quei soldi pagano la messa in onda di spot in cui l'AI ha prodotto almeno una parte: un volto, una voce o una scena. Ed è un minimo. I ricercatori contano solo gli spot dichiarati, quelli segnalati dalla stampa e quelli che riconoscono con certezza. Lo ammettono loro stessi: la cifra è quasi certamente sottostimata. E cresce di mese in mese.

Chi li usa? La grande maggioranza degli spot, e gran parte della spesa, viene da candidati e gruppi repubblicani. Travis Ridout, uno dei direttori del progetto, la spiega così: la parte repubblicana guarda all'AI con più favore, mentre per i democratici il rischio per la reputazione è più alto. Il dato dice chi ha adottato prima lo strumento. Sulla correttezza dei singoli spot non dice niente. E l'AI serve anche a cose innocue, come le immagini di repertorio, o a risparmiare sulle riprese quando il budget è piccolo.

Una parte importante, però, serve ad altro. A far dire agli avversari cose che non hanno mai detto. Secondo i ricercatori, ripresi dalla testata Gizmodo, quasi la metà degli spot contiene deepfake di politici reali. È il caso del Texas. Uno spot della campagna di Ken Paxton, candidato repubblicano al Senato, mostra il suo avversario democratico, James Talarico. Lo ha ricostruito l'AI, e lo spot gli fa recitare un monologo inventato. Talarico ha risposto chiudendo un proprio spot con una frase: «Fatto da esseri umani. Non dall'AI.»

Ora il secondo numero. A metà ottobre solo uno spot su quattro, più o meno, portava un avviso che diceva che c'era di mezzo l'intelligenza artificiale. Gli altri tre non dicevano niente. E secondo il conteggio di settembre, gli spot senza avviso avevano in media anche più soldi dietro.

C'è però un problema. Negli Stati Uniti non esiste una legge federale che obblighi a dichiarare l'AI negli spot politici. Le regole le fanno i singoli Stati, ognuno a modo suo. Molti hanno approvato leggi sui deepfake elettorali, altri no, e nelle Hawaii un tribunale ne ha già annullata una.

Il caso di New York mostra dove la regola si inceppa. Lì la legge chiede di dichiarare i contenuti ingannevoli fatti con l'AI negli spot politici. Secondo Gizmodo, Bruce Blakeman, candidato repubblicano a governatore, da aprile ha pubblicato sui social una lunga serie di spot fatti con l'intelligenza artificiale. Ad agosto il Partito democratico dello Stato ha presentato un reclamo alla commissione elettorale. La campagna di Blakeman risponde che la satira non ha bisogno di avvisi. Chiunque abbia ragione, il reclamo è di agosto e si vota il tre novembre. Intanto gli spot girano.

In Europa si parte da un'altra situazione. Da ottobre del duemilaventicinque vale un regolamento europeo sulla pubblicità politica. Ogni annuncio, online e fuori, deve essere etichettato e dire chi lo paga e quanto costa.

Per l'intelligenza artificiale c'è l'AI Act, la legge europea che la regola. Dal due agosto di quest'anno chi diffonde un deepfake deve dichiarare che è generato o manipolato. E la satira? Per le opere chiaramente satiriche l'obbligo si alleggerisce, ma non sparisce. Basta un avviso discreto, che non rovini lo scherzo. È la risposta europea alla difesa di Blakeman, e mi sembra quella giusta.

In Italia, sulle tv nazionali, lo spot d'attacco all'americana non esiste. Dal duemila la legge sulla par condicio permette solo messaggi politici gratuiti, in spazi dedicati, con la scritta «messaggio autogestito» e il nome di chi li paga. Poi c'è la legge italiana sull'intelligenza artificiale, del duemilaventicinque. Chi inganna un elettore per impedirgli di votare, o per farlo votare contro la sua volontà, rischiava già da uno a cinque anni di carcere. Se l'inganno passa per l'AI, la pena sale da due a sei.

Sulla carta, quindi, siamo messi meglio degli americani. Ma c'è un buco, e lo indica il Comitato sull'intelligenza artificiale dell'AGCOM, l'autorità che vigila sulle comunicazioni. La par condicio è stata pensata per la radio e la televisione. Non copre i social, e nemmeno gli algoritmi che decidono che cosa vediamo.

E qui arriva la parte che riguarda noi. Le regole ci sono. Il problema è farle valere prima che il danno sia fatto. Il problema è il tempo.

Slovacchia, elezioni del duemilaventitré. Due giorni prima del voto, durante il silenzio elettorale, esce un audio falso. Si sente Michal Šimečka, il leader europeista, che sembra parlare di brogli. L'audio gira soprattutto su Telegram. Šimečka perde. Gli studiosi che hanno ricostruito il caso dicono che sarebbe riduttivo dare la colpa a quel deepfake, e indicano cause più profonde, come la sfiducia nelle istituzioni. Ma la vicenda mostra il punto debole di qualunque regola. Il falso arriva quando la smentita non ha più tempo di raggiungere gli elettori.

Quanto tempo serve, a una smentita? Secondo il Comitato dell'AGCOM, diciotto ore nel migliore dei casi. Diciotto ore, quando il falso esce la sera prima del voto.

La nostra regola sul silenzio elettorale è del millenovecentocinquantasei. Vieta comizi e nuovi manifesti il giorno prima del voto. Le campagne, però, si sono spostate da tempo sui telefoni. Al referendum di marzo la televisione è tornata il primo mezzo per informarsi. Ma molti si sono informati anche su internet e sui social, e tra le fonti l'AGCOM conta ormai anche i chatbot.

C'è anche chi invita a non esagerare. Sayash Kapoor e Arvind Narayanan, dell'università di Princeton, hanno esaminato decine di casi di AI nelle elezioni del duemilaventiquattro, in tutto il mondo. In molti non c'era nessuna intenzione di ingannare. E i falsi veri e propri si potevano fare anche senza AI, con poche centinaia di dollari. Per loro il collo di bottiglia della disinformazione sta nella diffusione più che nella produzione. È un'obiezione seria. Ma con centottantasette milioni di dollari, la diffusione si compra.

Sui partiti non prendo posizione. Mi preoccupa un dato che riguarda tutti. Lasciato alla buona volontà di chi fa campagna, l'avviso compare una volta su quattro. In una gara in cui conta ogni voto, un'etichetta volontaria non regge. Per me deve essere un obbligo, deve valere anche per la satira, e le sanzioni devono arrivare prima del voto. Non mesi dopo.

In Italia, penso, il rischio principale non è lo spot televisivo pagato. Quello, la par condicio lo tiene sotto controllo da più di venticinque anni. Il rischio è il video corto che gira sui social e nelle chat negli ultimi due giorni, senza nessuno che lo firmi.

Su questo il Comitato dell'AGCOM ha fatto una proposta. Un protocollo con le piattaforme per togliere i deepfake politici entro due ore dalla segnalazione. Una squadra attiva giorno e notte durante la campagna, insieme alla Polizia Postale. E regole comuni per le etichette, prima delle politiche del duemilaventisette. Il Comitato spiega che serve a evitare «un caso Slovacchia italiano». Sono d'accordo. Due ore sono poche per decidere che cosa è falso, e servirà qualcuno che risponda di ogni rimozione. Ma diciotto ore sono troppe.

Aggiungerei una cosa che non richiede leggi nuove. Prima della prossima campagna i partiti, tutti, potrebbero impegnarsi in pubblico a dichiarare ogni contenuto fatto con l'AI, satira compresa. E a tenere online gli originali, per chi vuole controllare.

Torniamo al Texas, a quel candidato che dice frasi mai dette. Più di centottantasette milioni di dollari, e tre spot su quattro senza un avviso. Copiare un volto e una voce, oggi, costa quasi niente. Quello che costa è il tempo per verificare, e negli ultimi giorni di una campagna è proprio il tempo che manca.

Per questo il protocollo con le piattaforme va preparato adesso, finché in Italia non c'è una campagna in corso. Intanto, una cosa la puoi fare tu. Se a ridosso di un voto ti arriva un video clamoroso, cerca la fonte originale prima di condividerlo.

Le fonti e i grafici sono nel pezzo su matteoferrando punto com. Io sono Matteo Ferrando, e questo era Prima del previsto. Alla prossima.

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In breve

  • Il 29 ottobre il Wesleyan Media Project contava 289 spot elettorali americani fatti in tutto o in parte con l'AI, con oltre 187 milioni di dollari di spesa contro meno di 50.000 nel 2024. A metà ottobre solo il 27% lo dichiarava.
  • Negli Stati Uniti non c'è una regola federale e le leggi cambiano da Stato a Stato. In Europa ogni annuncio politico deve dire chi lo paga e dal 2 agosto i deepfake vanno dichiarati; in Italia la legge 132 punisce da due a sei anni chi inganna gli elettori con l'AI.
  • Il punto debole è il tempo: secondo il Comitato IA dell'AGCOM una smentita arriva dopo 18 ore nel migliore dei casi. Prima delle politiche del 2027 servono avvisi obbligatori anche per la satira e un protocollo di rimozione rapida già firmato con le piattaforme.

Da 50.000 dollari a 187 milioni

Il 3 novembre negli Stati Uniti si vota per le elezioni di metà mandato. Il risultato lo sapremo dopo; qui guardo a come è stata fatta la campagna, e a uno strumento che in due anni è passato da curiosità a voce di bilancio.

Il 29 ottobre il Wesleyan Media Project, il centro della Wesleyan University che misura la pubblicità politica americana, ha aggiornato il conteggio degli spot fatti in tutto o in parte con l'intelligenza artificiale. Sono 289, con oltre 187 milioni di dollari di spesa. Due settimane prima erano 220, trasmessi in 34 Stati, per oltre 137 milioni. Nel ciclo elettorale del 2024 lo stesso gruppo ne aveva trovati per meno di 50.000 dollari.1

Il numero va letto bene. Quei 187 milioni sono i soldi pagati per mandare in onda spot in cui l'AI ha prodotto almeno una parte, un volto, una voce o una scena. Ed è un minimo, perché i ricercatori contano solo gli spot dichiarati, quelli segnalati dalla stampa o da AdImpact e quelli che i loro analisti riconoscono con certezza. Lo dicono loro stessi, parlando di una cifra «quasi certamente» sottostimata.

289gli spot elettorali americani fatti in tutto o in parte con l'AI, al 29 ottobreWesleyan Media Project, ottobre 2026
187 milionii dollari spesi per trasmetterli; nel ciclo 2024 erano meno di 50.000Wesleyan Media Project, ottobre 2026
27%gli spot che dichiaravano l'uso dell'AI con un avviso, a metà ottobreWesleyan Media Project, ottobre 2026
33 su 50gli Stati che hanno approvato almeno una legge sui deepfake elettoraliPublic Citizen, ottobre 2026

La crescita si vede bene seguendo i conteggi del 2026. A maggio il gruppo aveva trovato 33 spot per circa 20 milioni di dollari, il 4 settembre 164 per quasi 80 milioni.2

Spesa per gli spot elettorali fatti con l'AI, in milioni di dollari

Ciclo 2024meno di 0,05
Maggio 2026circa 20
Settembre 2026quasi 80
Metà ottobre 2026oltre 137
Fine ottobre 2026oltre 187
Wesleyan Media Project, conteggi di maggio, 4 settembre, 15 e 29 ottobre 2026, con le stime di spesa di AdImpact per tv, tv in streaming e digitale. A righe il ciclo 2024.

Chi li usa e per fare che cosa

L'uso non è distribuito in modo uniforme tra i partiti. L'82% degli spot e poco più del 90% della spesa, 169 milioni di dollari, vengono da candidati o gruppi repubblicani, il 13% degli spot da democratici, il resto da indipendenti e da gruppi su temi non legati a un partito.1 Travis Ridout, uno dei tre direttori del progetto, lo spiega così: la parte repubblicana guarda all'AI con più favore, mentre i candidati e i gruppi democratici corrono un rischio di reputazione più alto.34 Gizmodo aggiunge che molti democratici chiedono regole più severe sull'AI. Il dato misura chi ha adottato prima lo strumento. Sulla correttezza dei singoli spot non dice nulla, e gli stessi ricercatori ricordano che l'AI serve anche a cose innocue, come le immagini di repertorio, e fa risparmiare sulle riprese chi ha un budget piccolo.

Una parte importante, però, serve a far dire agli avversari cose che non hanno mai detto. Secondo la stessa testata, che riprende i ricercatori, quasi la metà degli spot individuati contiene deepfake di politici reali, spesso figure nazionali accostate a candidati locali.4 In Texas uno spot della campagna di Ken Paxton, candidato repubblicano al Senato, mostra il democratico James Talarico, ricostruito con l'AI, mentre pronuncia un monologo inventato.3 Talarico ha risposto chiudendo un proprio spot con la frase «Fatto da esseri umani. Non dall'AI».4 In Pennsylvania la candidata repubblicana a governatrice Stacy Garrity ha fatto lodare i data center al governatore democratico Josh Shapiro, dichiarando però che il video era generato.3

Le dichiarazioni come quella di Garrity sono l'eccezione. A metà ottobre solo il 27% degli spot portava un avviso.1 A settembre gli spot senza avviso erano il 69% del totale e assorbivano il 78% della spesa.2 In media, quindi, gli spot che non dichiarano nulla hanno anche più soldi dietro.

Negli Stati Uniti decide ogni Stato

Non esiste una legge federale che obblighi a dichiarare l'AI negli spot politici, e il Wesleyan Media Project lo ricorda in ogni rapporto.2 Le regole sono quelle dei singoli Stati. Secondo il registro di Public Citizen, aggiornato al 21 ottobre, 33 Stati su 50 hanno approvato almeno una legge sui deepfake elettorali, e in Hawaii un tribunale ne ha già annullata una.5

Il caso di New York mostra dove la regola si inceppa. Lo Stato chiede di dichiarare i contenuti ingannevoli fatti con l'AI negli spot politici. Secondo Gizmodo, Bruce Blakeman, candidato repubblicano a governatore, ha pubblicato sui social almeno 22 spot fatti con l'AI da aprile. Ad agosto il Partito democratico dello Stato ha presentato un reclamo alla commissione elettorale, e la campagna di Blakeman risponde che la satira non richiede avvisi.4 Chiunque abbia ragione, un reclamo presentato ad agosto deve essere deciso prima di un voto fissato al 3 novembre, e intanto gli spot continuano a girare.

In Europa e in Italia le regole sono più severe

In Europa si parte da un'altra situazione. Dal 10 ottobre 2025 si applica il regolamento europeo sulla trasparenza della pubblicità politica: ogni annuncio, online e fuori, deve essere etichettato e dire chi lo paga, quanto costa e, se c'è un targeting, a quale pubblico si rivolge. Il 12 ottobre 2026 la Commissione ha aperto la versione pilota del registro europeo degli annunci politici online.6

Sull'AI vale l'articolo 50 dell'AI Act, di cui ho scritto a proposito di SynthID e delle filigrane. Dal 2 agosto 2026 chi diffonde un deepfake deve dichiarare che è generato o manipolato.7 Per le opere «evidentemente» satiriche o artistiche l'obbligo si alleggerisce ma non sparisce: basta segnalarlo in un modo che non rovini la fruizione.8 È la risposta europea alla difesa di Blakeman, e mi sembra quella giusta.

Sulle tv nazionali italiane lo spot d'attacco all'americana non esiste. Dal 2000 la legge sulla par condicio permette alle tv e radio nazionali di trasmettere soltanto messaggi politici autogestiti e gratuiti, da uno a tre minuti, in spazi dedicati e con la scritta «messaggio autogestito» e il nome del committente.9 Il Comitato IA dell'AGCOM, nel rapporto di giugno, osserva però che quella legge è stata pensata per la radio e la televisione e non copre i social né il modo in cui gli algoritmi decidono che cosa vediamo.10

La legge italiana sull'AI, la 132 del 2025, ha aggiunto due strumenti penali. Chi con l'inganno impedisce a qualcuno di esercitare un diritto politico, come il voto, o lo spinge a esercitarlo contro la sua volontà rischiava già da uno a cinque anni: se l'inganno passa per l'AI, la pena sale da due a sei. E chi diffonde senza consenso immagini, video o voci falsificati con l'AI che causano un danno ingiusto rischia da uno a cinque anni.11 Della divisione dei controlli tra le autorità ho scritto in Chi controllerà l'AI in Italia.

Le regole sugli spot politici fatti con l'AI

DoveChe cosa prevedeIl punto debole
Stati UnitiNessuna regola federale; leggi sui deepfake elettorali in 33 Stati su 50Avvisi rari e ricorsi più lenti della campagna
Unione europeaEtichetta e informazioni su chi paga per ogni annuncio politico; deepfake da dichiarare dal 2 agosto 2026Per la satira basta un avviso discreto; l'obbligo vale da pochi mesi
ItaliaSulle tv nazionali solo messaggi gratuiti e firmati; da due a sei anni per chi inganna gli elettori con l'AILa par condicio del 2000 non copre social e algoritmi
Wesleyan Media Project, Public Citizen, Commissione europea, AI Act, legge 28/2000, legge 132/2025, Comitato IA dell'AGCOM.

Il problema è il tempo

Le regole ci sono, quindi. Il problema è farle valere prima che il danno sia fatto.

Nelle elezioni slovacche del 2023 un audio falso del leader europeista Michal Šimečka, in cui sembrava parlare di brogli elettorali, uscì due giorni prima del voto, nel periodo di silenzio elettorale, e girò soprattutto su Telegram.12 Šimečka perse. Gli studiosi che hanno ricostruito il caso considerano riduttivo dire che quel voto l'abbia deciso un deepfake, e indicano cause più profonde come la sfiducia nelle istituzioni. Ma la vicenda indica il punto debole di qualsiasi regola. Il falso arriva quando la smentita non ha più tempo di raggiungere gli elettori. Secondo il Comitato IA dell'AGCOM una smentita richiede 18 ore nel migliore dei casi, e in occasione delle europee del 2024 l'AGCOM aveva già ricevuto diverse segnalazioni di possibili deepfake.10

La nostra regola sul silenzio elettorale è del 1956 e vieta comizi, riunioni di propaganda e nuovi manifesti il giorno prima del voto e nei giorni in cui si vota. Le campagne però si sono spostate da tempo sui telefoni. Al referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026 la televisione è tornata il primo mezzo per informarsi, ma quasi metà degli adulti si è informata anche su internet, e un quinto sui social e sulle piattaforme video. Tra le fonti algoritmiche l'AGCOM conta ormai anche i chatbot.13 Ne avevo scritto a proposito delle notizie che arrivano dai chatbot.

Come si sono informati gli italiani sul referendum del marzo 2026

Televisione58,7%
Internet46,2%
Passaparola tra familiari e amici25,1%
Social e piattaforme video20,4%
Non si sono informati10,7%
AGCOM, indagine GfK sulla popolazione dai 18 anni in su, agosto 2026. Più risposte possibili. A righe chi non si è informato.

C'è anche chi invita a non esagerare. Sayash Kapoor e Arvind Narayanan di Princeton hanno esaminato 78 casi di uso dell'AI nelle elezioni del 2024 in tutto il mondo: metà non aveva intenti ingannevoli, e i falsi veri e propri si potevano fare anche senza AI con poche centinaia di dollari. Per loro il collo di bottiglia della disinformazione sta nella diffusione più che nella produzione.14 È un'obiezione seria, e i dati americani del 2026 la mettono alla prova, perché con 187 milioni di dollari la diffusione si compra.

Copiare un volto e una voce oggi costa quasi niente. Resta da decidere di chi fidarsi, e quella scelta si fa negli ultimi giorni di una campagna, quando il tempo per verificare è minimo.

Che cosa ne penso

Non prendo posizione sui partiti. Mi preoccupa un dato che riguarda tutti. Lasciato alla buona volontà di chi fa campagna, l'avviso compare una volta su quattro. Un'etichetta volontaria, in una competizione in cui ogni voto conta, non regge. Deve essere un obbligo, valere anche per la satira e avere sanzioni che arrivano prima del voto, non mesi dopo.

Su questo l'Europa è messa meglio degli Stati Uniti, perché gli obblighi esistono e valgono per tutti i Paesi dell'Unione. In Italia lo spot televisivo pagato non è il rischio principale, e la par condicio lo tiene sotto controllo da più di venticinque anni. Il rischio è il video corto che gira sui social e nelle chat nelle ultime 48 ore, senza un committente visibile. Proprio su questo il Comitato IA dell'AGCOM chiede un protocollo con le piattaforme per togliere i deepfake politici entro due ore dalla segnalazione, una squadra attiva giorno e notte durante la campagna con Polizia Postale e piattaforme, e standard comuni per le etichette, prima delle politiche del 2027, per evitare quello che chiama «un caso Slovacchia italiano».10 Sono d'accordo. Due ore sono poche per decidere che cosa è falso, e servirà qualcuno che risponda di ogni rimozione, ma 18 ore sono troppe.

Aggiungerei una cosa che non richiede leggi nuove. Prima della prossima campagna i partiti, tutti, potrebbero impegnarsi in pubblico a dichiarare ogni contenuto fatto con l'AI, satira compresa, e a tenere online gli originali per chi vuole controllare.

  1. PartitiDichiarare sempreUn avviso chiaro su ogni contenuto fatto con l'AI, anche quando è satira, e gli originali disponibili per la verifica.
  2. PiattaformeRispondere in oreUn canale dedicato durante le campagne, con tempi di rimozione dei deepfake politici misurati e resi pubblici.
  3. AutoritàUn protocollo già prontoAccordi firmati prima che la campagna cominci e qualcuno che risponda anche la notte prima del voto.
  4. ElettoriSospettare dell'ultimo minutoUn video clamoroso uscito a ridosso del voto merita un controllo in più: cercare la fonte originale prima di condividerlo.

Le prossime elezioni politiche italiane sono attese nel 2027, e la campagna comincerà mesi prima. Il protocollo con le piattaforme e un numero a cui segnalare un deepfake la notte prima del voto vanno preparati adesso, finché non c'è una campagna in corso.

Note e fonti

  1. Wesleyan Media Project, Ad Spending Up Sharply in Senate Races in Kansas, Iowa, Michigan, Nebraska and South Carolina ↗, 29 ottobre 2026, per spot, spesa e partiti; GOP Lead in Senate Spending Narrows; Dems Catch Up in Senate Broadcast Airings ↗, 15 ottobre 2026, per Stati e avvisi, con dati all'11 ottobre. Stime di spesa di AdImpact. ↩
  2. Wesleyan Media Project, At Least $80 Million Spent on AI Ads This Cycle ↗, 4 settembre 2026, con il dato del primo conteggio di maggio. ↩
  3. S. Rogelberg, Fortune, Political campaigns have poured $137 million on AI-made ads ahead of a crucial midterm ↗, 21 ottobre 2026. ↩
  4. B. Gil, Gizmodo, $137 Million Has Been Spent on AI-Generated Ads Ahead of Midterms. Only 27% Included a Disclaimer ↗, 16 ottobre 2026. Traduzioni mie. ↩
  5. Public Citizen, Tracker: State Legislation on Deepfakes in Elections ↗, aggiornato al 21 ottobre 2026. Il conteggio comprende la legge delle Hawaii annullata e una del Massachusetts scaduta. ↩
  6. Commissione europea, Transparency and targeting of political advertising ↗, sul regolamento (UE) 2024/900. ↩
  7. Commissione europea, Code of Practice on marking and labelling of AI-generated content ↗, 2026. ↩
  8. Articolo 50 dell'AI Act ↗, regolamento (UE) 2024/1689, paragrafo 4. ↩
  9. Legge 22 febbraio 2000, n. 28 ↗, articoli 3 e 4, testo vigente su Normattiva. ↩
  10. Comitato IA dell'AGCOM, Intelligenza Artificiale 2026, II parte ↗, giugno 2026, capitolo 3. Le raccomandazioni sono del Comitato e, come precisa il rapporto, non tutte riguardano direttamente l'Autorità. ↩
  11. Legge 23 settembre 2025, n. 132 ↗, articolo 26, che modifica l'articolo 294 del codice penale e introduce l'articolo 612-quater. ↩
  12. L. de Nadal, P. Jančárik, Beyond the deepfake hype: AI, democracy, and "the Slovak case" ↗, Harvard Kennedy School Misinformation Review, 22 agosto 2024. ↩
  13. AGCOM, Referendum 2026: la televisione torna centrale, ma l'elettore si informa sempre più sulle piattaforme online ↗, 5 agosto 2026. La regola sul silenzio elettorale è l'articolo 9 della legge 4 aprile 1956, n. 212 ↗. ↩
  14. S. Kapoor, A. Narayanan, Knight First Amendment Institute, We Looked at 78 Election Deepfakes. Political Misinformation Is Not an AI Problem. ↗, 13 dicembre 2024. ↩