La sera del 30 ottobre 1938
Domenica 30 ottobre 1938, alle otto di sera sulla costa orientale, la CBS mandò in onda la puntata settimanale del Mercury Theatre on the Air. Orson Welles, che aveva 23 anni, aveva adattato per la radio «La guerra dei mondi» di H. G. Wells: l'invasione marziana era spostata nel New Jersey e raccontata come una serie di notiziari che interrompevano un programma di musica da ballo.1 Che fosse un racconto di finzione fu detto quattro volte durante la trasmissione, all'inizio, prima e dopo la pausa per le stazioni locali e alla fine. Nella notte la rete lo ripeté alle 22:30, alle 23:30 e a mezzanotte per chi non avesse capito.2
La mattina dopo il New York Times scrisse in prima pagina che gli ascoltatori, presi dal panico, avevano scambiato il dramma per realtà.3 Nel 1940 lo psicologo Hadley Cantril, dell'Università di Princeton, riassunse l'episodio all'inizio del capitolo del suo studio dedicato al panico, con due frasi che sono diventate la versione ufficiale: «Almeno sei milioni di persone hanno ascoltato la trasmissione. Almeno un milione di loro era spaventato o turbato».2
Da allora la storia torna ogni Halloween come prova di quanto un mezzo nuovo possa ingannare le folle. Quest'anno l'anniversario cade mentre in Europa cresce la paura dei deepfake e dei video generati con l'AI, ed è utile guardare come fu misurato quel panico.
Che cosa dicono i numeri del 1938
Il milione di spaventati non viene da conteggi fatti quella sera. Viene da un sondaggio dell'American Institute of Public Opinion, l'istituto di George Gallup, condotto circa sei settimane dopo perché prima mancavano i fondi. Il 12% degli adulti intervistati disse di aver ascoltato il programma. Cantril stesso riconosce che quel valore era «oltre il 100 per cento più alto» di qualunque altra misura: la società di rilevazione C. E. Hooper stimava circa 4 milioni di ascoltatori. Mettendo insieme le due fonti arrivò a 6 milioni, una cifra che giudicava prudente. Il 28% di chi aveva ascoltato disse di aver creduto a un notiziario, e il 70% di questi si era spaventato o turbato. Da qui 1,7 milioni di persone che presero la trasmissione per vera e 1,2 milioni di spaventati.2
Quanti ascoltarono e quanti ci credettero, secondo Cantril
Le misure prese quella sera raccontano un'altra cosa. Durante la trasmissione Hooper telefonò a 5.000 famiglie per la sua rilevazione nazionale e chiese che cosa stessero ascoltando. Solo il 2% indicò uno sceneggiato o il programma di Welles, e nessuno parlò di un notiziario.4 Welles andava in onda contro lo spettacolo più seguito della settimana, quello del ventriloquo Edgar Bergen con il pupazzo Charlie McCarthy, e nell'indice settimanale di Hooper i due programmi stavano 3,6 a 34,7.2
Anche le prove del panico reggono poco. I ricercatori di Princeton verificarono la voce di persone curate per shock in un ospedale di Newark e la trovarono falsa. Sei ospedali di New York, interpellati sei settimane dopo, non avevano registrato nessun caso legato alla trasmissione, e nessuna morte le è mai stata attribuita con certezza.4 Nella prefazione del libro di Cantril c'è poi un'ammissione che si cita poco: i nomi delle persone spaventate pubblicati dai giornali portarono sì e no a una mezza dozzina di interviste. Le 135 interviste dello studio furono fatte tutte nel New Jersey, e più di 100 a persone scelte proprio perché si sapeva che si erano spaventate.2
Perché i giornali parlarono di panico
Negli anni della Grande Depressione la radio stava diventando la fonte di notizie di cui gli americani si fidavano di più. In un sondaggio di Fortune citato da Cantril il 50% riteneva le notizie della radio più imparziali, contro il 17% che preferiva i giornali.2 Secondo gli storici dei media Jefferson Pooley e Michael Socolow, la stampa colse l'occasione per dimostrare a lettori e autorità che della radio non ci si poteva fidare.4
Il New York Times, in un editoriale intitolato «Terror by Radio», rimproverò ai responsabili della radio di aver intrecciato una finzione da far gelare il sangue con notizie lampo date «esattamente» come quelle vere. Editor & Publisher, la rivista degli editori di giornali, avvertì che il paese continuava a correre il pericolo di notizie incomplete e fraintese, diffuse da un mezzo che doveva ancora dimostrare di saper fare informazione. Ben Gross, critico radiofonico del Daily News, nel 1954 raccontò nelle sue memorie di aver trovato le strade di Manhattan deserte mentre correva in taxi verso la sede della CBS, alla fine della trasmissione. Il suo giornale, intanto, aveva aperto sul panico.4 Cantril contò 12.500 articoli sul caso nelle tre settimane successive.2
Anche lo studio di Cantril fece la sua parte. Lo finanziò a novembre 1938, con 3.000 dollari, il General Education Board, una delle fondazioni Rockefeller, e diventò un classico sugli effetti dei media. Secondo l'archivio Rockefeller il suo stile sensazionale contribuì a gonfiare l'idea dell'«isteria di massa» e mise in ombra il lavoro di due ricercatrici del gruppo, Hazel Gaudet e Herta Herzog.5
Il mito dura da 88 anni perché è utile. Jeffery Sconce, che studia i media alla Northwestern University, dice che continuiamo a raccontarlo perché abbiamo bisogno di una storia che ci metta in guardia sul potere dei media.6 W. Joseph Campbell, che ha dedicato al caso un capitolo del suo libro sui miti del giornalismo, aggiunge l'effetto terza persona: pensiamo che i media influenzino molto gli altri e poco noi stessi.1
Dalla radio ai deepfake: il panico e le misure
- Ott 1938La CBS trasmette «La guerra dei mondi». Il giorno dopo i giornali parlano di panico
- Nov 1938Una fondazione Rockefeller finanzia con 3.000 dollari lo studio di Princeton
- Dic 1938Il sondaggio Gallup, sei settimane dopo: il 12% dice di aver ascoltato
- Apr 2020Science Advances: le notizie false sono lo 0,15% del tempo passato sui media negli Stati Uniti
- Ott 2023Tre ricercatori scrivono che le paure sull'AI generativa e la disinformazione sono esagerate
- Nov 2024Il Turing Institute non trova elezioni del 2024 cambiate in modo misurabile dalla disinformazione fatta con l'AI
- Giu 2026Il 62% delle persone si dice preoccupato per le notizie false online
- Ott 2026In Oregon un video vero viene descritto come un deepfake
La paura di oggi e le misure
Il Digital News Report 2026 del Reuters Institute, pubblicato il 16 giugno e basato su 97.520 interviste in 48 paesi, registra che il 62% delle persone è preoccupato per le notizie false online, 4 punti più del 2025. In tutti i paesi dell'Europa occidentale la preoccupazione è salita di almeno 4 punti, e il rapporto la collega ai timori per i deepfake, per i contenuti scadenti prodotti in serie con l'AI e per la disinformazione politica. La fiducia nelle notizie è scesa al 37%, il valore più basso da quando viene misurata, cioè dal 2015.7 In Italia è al 32%.8 Dello stesso rapporto ho scritto a proposito delle notizie che arrivano dai chatbot.
Le misure su quanta disinformazione vediamo sono più rassicuranti delle nostre paure. Uno studio pubblicato su Science Advances nell'aprile 2020, costruito su un campione rappresentativo di quello che gli americani guardano su telefono, computer e televisione, ha trovato che le notizie di qualsiasi tipo occupano al massimo il 14,2% del tempo dedicato ai media, e quelle false lo 0,15%.9 Sono dati di prima dell'AI generativa, ma danno l'ordine di grandezza.
Quanto pesano le notizie nel tempo passato sui media
Il 2024 è stato l'anno in cui più di 2 miliardi di persone in almeno 50 paesi sono andate a votare. Il Centre for Emerging Technology and Security dell'Alan Turing Institute ha seguito le elezioni dal Regno Unito all'Unione europea, da Taiwan all'India, fino agli Stati Uniti, e non ha trovato prove che la disinformazione fatta con l'AI abbia cambiato in modo misurabile un risultato. Gli autori precisano che sul voto americano mancano dati sufficienti per misurarne l'effetto, e che i contenuti falsi hanno comunque inasprito il dibattito, rafforzando soprattutto chi la pensava già così. Spiegano anche perché hanno fatto il lavoro: senza dati, il rischio era che l'ansia per la minaccia crescesse e minasse la fiducia nelle elezioni.10
Felix Simon, Sacha Altay e Hugo Mercier, in un articolo uscito nell'ottobre 2023 sulla Misinformation Review della Harvard Kennedy School, arrivano a una conclusione simile per un'altra strada. Produrre più falsi costa meno, ma a limitare la disinformazione è la domanda, perché l'attenzione delle persone è finita. Le paure di oggi, scrivono, appartengono a una vecchia e vasta famiglia di panici morali sulle nuove tecnologie. E gli allarmi esagerati possono ridurre la fiducia anche nelle notizie vere.11
Quando la paura sbaglia bersaglio
Un caso di ottobre mostra che cosa vuol dire. Il 19 ottobre l'Oregon Journalism Project, una testata locale, ha scritto che un video di Nafisa Fai, consigliera della contea di Washington e candidata a guidarla, in piedi davanti a una bandiera americana capovolta a un incontro a Minneapolis, era un deepfake diffuso per presentarla come antiamericana. Esponenti politici locali, tra cui la deputata Maxine Dexter, hanno condannato il video e chiesto regole sull'AI.12 Poi sono arrivate immagini che mostravano la bandiera capovolta per davvero, e la testata ha ritirato il pezzo scrivendo che titolo e articolo avevano descritto il video come un deepfake «in modo errato».13 Fai ha detto che non si sarebbe mai messa di proposito davanti a una bandiera capovolta.12
In questa storia nessun programma ha generato niente. Un video vero è stato scambiato per falso perché l'ipotesi del deepfake era plausibile e conveniente. I ricercatori chiamano «dividendo del bugiardo» l'abitudine di liquidare come falsa una prova vera, e Simon, Altay e Mercier ricordano che esisteva ben prima dell'AI generativa.11
Questo non vuol dire che i deepfake siano innocui. I danni misurati ci sono, e colpiscono soprattutto singole persone e aziende. Nel 2024 la società di ingegneria Arup ha perso a Hong Kong 200 milioni di dollari locali, trasferiti in 15 operazioni da una persona dello staff dopo una videochiamata con colleghi e superiori che sembravano veri ed erano tutti falsi.14 Delle voci clonate usate nelle truffe e degli strumenti per riconoscere i contenuti generati ho scritto in SynthID e gli altri.
Che cosa ne penso
Quella sera qualcuno si spaventò, e Cantril raccolse testimonianze vere. Penso però che il racconto di un panico dica spesso più su chi lo racconta che su chi l'avrebbe vissuto. Nel 1938 i giornali avevano un interesse preciso a descrivere la radio come pericolosa. Oggi a descrivere i deepfake come onnipotenti hanno interesse in molti, da chi vende sistemi per riconoscerli a chi preferisce dare la colpa a una macchina piuttosto che a una propria scelta.
Il rischio che vedo più grande non è che crediamo a tutto, ma che smettiamo di credere a qualunque cosa. Con la fiducia nelle notizie al 37% e sei persone su dieci preoccupate di non distinguere il vero dal falso, un video autentico si può scartare con una parola, come è successo in Oregon. Per questo le filigrane e le firme digitali dei contenuti mi interessano soprattutto per la loro capacità di dimostrare che una cosa è vera.
La preoccupazione andrebbe spesa dove i danni si misurano, cioè sulle truffe con voci e volti clonati e sulle immagini intime false fatte per colpire una persona. Lì le prove ci sono, e anche le difese. Sul voto e sull'opinione pubblica, prima di gridare, vorrei vedere le misure.
La regola che seguirei è semplice. Quando si scrive che un contenuto falso ha ingannato milioni di persone, bisogna dire chi l'ha misurato, quando e su quante persone. Il libro di Cantril queste informazioni le dava, e grazie a quelle oggi sappiamo che il milione di spaventati era una stima fatta sei settimane dopo, partendo da un pubblico più che doppio rispetto a ogni altra misura.