«Prima del previsto» · Informazione

Il panico della «Guerra dei mondi» e la paura dei deepfake

Il 30 ottobre 1938 la radio di Orson Welles avrebbe gettato nel panico l'America, ma i numeri raccontano altro. Che cosa dice quel mito alla paura di oggi per i deepfake.

Disegno a tratto: una radio degli anni Trenta con il mobile ad arco che emette tre onde leggere; dietro, più grande, la prima pagina di un giornale con un titolo in due spesse barre nere e il disegno di una macchina marziana su tre zampe.
Quella sera ascoltava Welles una piccola parte degli americani. Il panico occupò le prime pagine del giorno dopo.

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Puntata del podcast · 10 min. La voce è la mia, ricreata con l'intelligenza artificiale.

Trascrizione della puntata

Domenica trenta ottobre millenovecentotrentotto, otto di sera, costa est degli Stati Uniti. Alla radio c'è musica da ballo. Poi un notiziario interrompe la musica, e poi un altro: i marziani sono arrivati nel New Jersey. Da allora si racconta che quella sera un milione di americani si spaventò. Ma chi li aveva contati?

Questo è Prima del previsto. Sono Matteo Ferrando. La voce che senti è la mia, ricreata con l'intelligenza artificiale.

In questa puntata andiamo a cercare l'origine di un numero famoso: un milione di americani spaventati da Orson Welles. Vediamo come è stato calcolato, e chi aveva interesse a farlo girare. Poi arriviamo a oggi. Perché quella sera torna utile proprio adesso, mentre in Europa cresce la paura dei deepfake, i video e le voci false fatte con l'intelligenza artificiale. Alla fine avrai in tasca una domanda semplice. Una domanda da fare ogni volta che qualcuno ti dice che un falso ha ingannato milioni di persone.

Partiamo da quella sera, e da un dettaglio che si racconta poco. Durante la trasmissione, gli ascoltatori si sentirono dire quattro volte che era un racconto di finzione. Welles era giovanissimo. Aveva adattato per la radio un romanzo di fantascienza, La guerra dei mondi, e lo aveva trasformato in una serie di finti notiziari.

Ora il numero. Il milione arriva più tardi, in un libro. Lo firma Hadley Cantril, uno psicologo dell'Università di Princeton. All'inizio del capitolo sul panico scrive che almeno un milione di ascoltatori era spaventato o turbato. Quella frase diventa la versione ufficiale. Ma quel milione, quella sera, non l'aveva contato nessuno. Viene da un sondaggio dell'istituto di George Gallup, fatto circa sei settimane dopo. Prima mancavano i soldi. E in quel sondaggio, chi diceva di aver ascoltato Welles era più del doppio rispetto a ogni altra misura. Lo ammette Cantril stesso, nel suo libro. Lui mise insieme quel sondaggio con una stima più bassa, e da lì calcolò quanti avevano creduto a un notiziario vero. E quanti di loro si erano spaventati.

Le misure prese quella sera raccontano un'altra storia. Mentre Welles era in onda, la società di rilevazione Hooper telefonava a migliaia di famiglie. Chiedeva che cosa stessero ascoltando. Solo due famiglie su cento risposero Welles, o uno sceneggiato. E nessuno parlò di un notiziario. Welles, quella domenica, aveva contro lo spettacolo più seguito della settimana: un ventriloquo, Edgar Bergen, con il suo pupazzo, Charlie McCarthy. Quella sera, molti più americani ascoltavano un pupazzo che i marziani.

Anche le prove del panico reggono poco. Le interviste dello studio di Cantril furono fatte tutte nel New Jersey. La gran parte a persone scelte proprio perché si sapeva che si erano spaventate. Si parlava poi di persone curate per shock in un ospedale di Newark. I ricercatori di Princeton andarono a controllare, e non era vero. Gli ospedali di New York interpellati non avevano registrato nessun caso legato alla trasmissione. E nessuna morte le è mai stata attribuita con certezza.

Fin qui i numeri. Ora il perché. Se il panico era così piccolo, come mai ne parlarono tutti? Bisogna guardare chi lo raccontava. Erano gli anni della Grande Depressione. I giornali vedevano nella radio una concorrente. E la radio stava diventando la fonte di notizie di cui gli americani si fidavano di più. Secondo due storici dei media, Jefferson Pooley e Michael Socolow, la stampa vide l'occasione. Poteva dimostrare che della radio non ci si poteva fidare.

La mattina del trentuno ottobre il New York Times scrive in prima pagina che gli ascoltatori, presi dal panico, hanno scambiato il dramma per realtà. Poi arriva un editoriale intitolato Terror by Radio, il terrore via radio. Accusa la radio di aver mescolato una finzione da far gelare il sangue con notizie lampo. Date esattamente come quelle vere.

E poi c'è un dettaglio che fa quasi sorridere. Ben Gross era il critico radiofonico del Daily News, un altro quotidiano di New York. Molti anni dopo, nelle sue memorie, racconta quella sera. Finita la trasmissione, corre in taxi verso la sede della CBS, la rete di Welles. E trova le strade di Manhattan deserte. Il suo giornale, intanto, apriva sul panico.

Anche lo studio di Cantril fece la sua parte. Lo finanziò una delle fondazioni Rockefeller. Diventò un classico sugli effetti dei media. Secondo l'archivio Rockefeller, il suo stile sensazionale aiutò a gonfiare l'idea di un'isteria di massa. E mise in ombra il lavoro di due ricercatrici del gruppo, Hazel Gaudet e Herta Herzog.

Il mito è sopravvissuto perché ci serve. Jeffery Sconce, che studia i media alla Northwestern University, dice che abbiamo bisogno di una storia che ci metta in guardia sul potere dei media. Un altro studioso americano ha dedicato al caso un capitolo di un libro sui miti del giornalismo. E aggiunge una spiegazione: l'effetto terza persona. Pensiamo che i media abbiano molta presa sugli altri. E pochissima su di noi.

E qui arriva la parte che riguarda noi. La paura di oggi ha un nome inglese: deepfake. Video, foto e voci false, fatte con l'intelligenza artificiale. Secondo il rapporto sulle notizie digitali del Reuters Institute, uscito a giugno, sei persone su dieci sono preoccupate per le notizie false online. Il rapporto collega quella paura anche ai deepfake. Intanto la fiducia nelle notizie è al punto più basso da quando si misura.

Poi però ci sono le misure. Prendiamo il tempo che gli americani passano su telefono, computer e televisione. Secondo uno studio pubblicato su Science Advances, le notizie false ne occupano meno di un minuto ogni dieci ore. Sono dati di prima dell'AI generativa, ma danno l'ordine di grandezza. Nel duemilaventiquattro si è votato in decine di paesi. L'Alan Turing Institute, nel Regno Unito, ha seguito quelle elezioni. E non ha trovato prove che la disinformazione fatta con l'AI abbia cambiato in modo misurabile un risultato. Gli autori restano prudenti: sul voto americano mancano dati, e i contenuti falsi hanno comunque inasprito il dibattito.

Il diciannove ottobre, in Oregon, una testata locale scrive che un video è un deepfake. Nel video c'è Nafisa Fai, candidata a guidare una contea, in piedi davanti a una bandiera americana capovolta. Un partito e una deputata condannano il video e chiedono regole sull'AI. Poi escono altre immagini. La bandiera era capovolta per davvero, e la testata ritira il pezzo. Nessun programma ha generato niente. Un video vero è stato preso per falso, perché l'ipotesi del deepfake era plausibile e comoda. I ricercatori lo chiamano dividendo del bugiardo.

Questo non vuol dire che i deepfake siano innocui. I danni misurati ci sono, e colpiscono soprattutto singole persone e aziende. A Hong Kong, nel duemilaventiquattro, una persona della società di ingegneria Arup ha trasferito una somma enorme dopo una videochiamata con colleghi e superiori. Sembravano veri. Erano tutti falsi.

Che cosa ne penso, allora. Quella sera qualcuno si spaventò, e Cantril raccolse testimonianze vere. Ma penso che il racconto di un panico dica spesso più su chi lo racconta che su chi l'avrebbe vissuto. Nel millenovecentotrentotto i giornali avevano interesse a dipingere la radio come pericolosa. Oggi a dipingere i deepfake come onnipotenti hanno interesse in tanti. Chi vende sistemi per riconoscerli. O chi preferisce dare la colpa a una macchina invece che a una propria scelta.

Il rischio più grande, per me, non è che crediamo a tutto. È che smettiamo di credere a qualunque cosa. In Oregon, per scartare un video autentico, è bastata una parola. Per questo, delle filigrane e delle firme digitali sui contenuti, mi interessa soprattutto una cosa. Che possano dimostrare quando una cosa è vera.

La preoccupazione io la spenderei dove i danni si misurano. Sulle truffe con voci e volti clonati, e sulle immagini intime false fatte per colpire una persona. Lì le prove ci sono, e anche le difese. Sul voto, prima di gridare, vorrei vedere le misure.

Torniamo a quella domenica sera. Un milione di americani spaventati. È la cifra che torna ogni Halloween. Quel numero è nato sei settimane dopo, da un sondaggio. E partiva da un pubblico che era più del doppio di ogni altra stima. Lo sappiamo perché Cantril, nel suo libro, lo scrisse: chi aveva misurato, quando e su quante persone. Quella sera, molti ascoltavano un pupazzo. Il panico arrivò la mattina dopo, in edicola. La regola che seguirei è semplice. La prossima volta che qualcuno ti dice che un falso ha ingannato milioni di persone, fai una domanda sola. Chi li ha contati?

Le fonti e i grafici sono nel pezzo su matteoferrando punto com. Io sono Matteo Ferrando, e questo era Prima del previsto. Alla prossima.

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In breve

  • La sera del 30 ottobre 1938 «La guerra dei mondi» di Orson Welles avrebbe spaventato un milione di americani. La stima viene da un sondaggio fatto sei settimane dopo; quella sera solo il 2% delle famiglie interpellate ascoltava Welles.
  • I giornali, che vedevano nella radio una concorrente, gonfiarono la storia. Oggi il 62% delle persone teme di non distinguere il vero dal falso online, ma le misure sugli effetti della disinformazione fatta con l'AI sul voto sono molto più caute.
  • I danni dei deepfake esistono e colpiscono soprattutto singole persone e aziende. Il rischio più grande è smettere di credere anche a ciò che è vero, come è successo in Oregon il 19 ottobre.

La sera del 30 ottobre 1938

Domenica 30 ottobre 1938, alle otto di sera sulla costa orientale, la CBS mandò in onda la puntata settimanale del Mercury Theatre on the Air. Orson Welles, che aveva 23 anni, aveva adattato per la radio «La guerra dei mondi» di H. G. Wells: l'invasione marziana era spostata nel New Jersey e raccontata come una serie di notiziari che interrompevano un programma di musica da ballo.1 Che fosse un racconto di finzione fu detto quattro volte durante la trasmissione, all'inizio, prima e dopo la pausa per le stazioni locali e alla fine. Nella notte la rete lo ripeté alle 22:30, alle 23:30 e a mezzanotte per chi non avesse capito.2

La mattina dopo il New York Times scrisse in prima pagina che gli ascoltatori, presi dal panico, avevano scambiato il dramma per realtà.3 Nel 1940 lo psicologo Hadley Cantril, dell'Università di Princeton, riassunse l'episodio all'inizio del capitolo del suo studio dedicato al panico, con due frasi che sono diventate la versione ufficiale: «Almeno sei milioni di persone hanno ascoltato la trasmissione. Almeno un milione di loro era spaventato o turbato».2

Da allora la storia torna ogni Halloween come prova di quanto un mezzo nuovo possa ingannare le folle. Quest'anno l'anniversario cade mentre in Europa cresce la paura dei deepfake e dei video generati con l'AI, ed è utile guardare come fu misurato quel panico.

Che cosa dicono i numeri del 1938

Il milione di spaventati non viene da conteggi fatti quella sera. Viene da un sondaggio dell'American Institute of Public Opinion, l'istituto di George Gallup, condotto circa sei settimane dopo perché prima mancavano i fondi. Il 12% degli adulti intervistati disse di aver ascoltato il programma. Cantril stesso riconosce che quel valore era «oltre il 100 per cento più alto» di qualunque altra misura: la società di rilevazione C. E. Hooper stimava circa 4 milioni di ascoltatori. Mettendo insieme le due fonti arrivò a 6 milioni, una cifra che giudicava prudente. Il 28% di chi aveva ascoltato disse di aver creduto a un notiziario, e il 70% di questi si era spaventato o turbato. Da qui 1,7 milioni di persone che presero la trasmissione per vera e 1,2 milioni di spaventati.2

Quanti ascoltarono e quanti ci credettero, secondo Cantril

Ascoltatori stimati6 milioni28% la prese per un notiziario
Chi la prese per un notiziario1,7 milioni70% spaventato o turbato
H. Cantril, The Invasion from Mars, 1940. Stime costruite su un sondaggio Gallup fatto sei settimane dopo e su una rilevazione Hooper. In scuro la quota sul totale della riga.

Le misure prese quella sera raccontano un'altra cosa. Durante la trasmissione Hooper telefonò a 5.000 famiglie per la sua rilevazione nazionale e chiese che cosa stessero ascoltando. Solo il 2% indicò uno sceneggiato o il programma di Welles, e nessuno parlò di un notiziario.4 Welles andava in onda contro lo spettacolo più seguito della settimana, quello del ventriloquo Edgar Bergen con il pupazzo Charlie McCarthy, e nell'indice settimanale di Hooper i due programmi stavano 3,6 a 34,7.2

Anche le prove del panico reggono poco. I ricercatori di Princeton verificarono la voce di persone curate per shock in un ospedale di Newark e la trovarono falsa. Sei ospedali di New York, interpellati sei settimane dopo, non avevano registrato nessun caso legato alla trasmissione, e nessuna morte le è mai stata attribuita con certezza.4 Nella prefazione del libro di Cantril c'è poi un'ammissione che si cita poco: i nomi delle persone spaventate pubblicati dai giornali portarono sì e no a una mezza dozzina di interviste. Le 135 interviste dello studio furono fatte tutte nel New Jersey, e più di 100 a persone scelte proprio perché si sapeva che si erano spaventate.2

12%gli adulti che sei settimane dopo dissero di aver ascoltato, più del doppio di ogni altra misuraCantril, 1940
2%le famiglie che quella sera, al telefono, dissero di ascoltare Welles. Nessuna parlò di un notiziarioHooper, 1938
3,6 a 34,7l'ascolto di Welles contro quello di Charlie McCarthy nell'indice settimanaleHooper, 1938
12.500gli articoli di giornale sul caso nelle tre settimane successiveCantril, 1940

Perché i giornali parlarono di panico

Negli anni della Grande Depressione la radio stava diventando la fonte di notizie di cui gli americani si fidavano di più. In un sondaggio di Fortune citato da Cantril il 50% riteneva le notizie della radio più imparziali, contro il 17% che preferiva i giornali.2 Secondo gli storici dei media Jefferson Pooley e Michael Socolow, la stampa colse l'occasione per dimostrare a lettori e autorità che della radio non ci si poteva fidare.4

Il New York Times, in un editoriale intitolato «Terror by Radio», rimproverò ai responsabili della radio di aver intrecciato una finzione da far gelare il sangue con notizie lampo date «esattamente» come quelle vere. Editor & Publisher, la rivista degli editori di giornali, avvertì che il paese continuava a correre il pericolo di notizie incomplete e fraintese, diffuse da un mezzo che doveva ancora dimostrare di saper fare informazione. Ben Gross, critico radiofonico del Daily News, nel 1954 raccontò nelle sue memorie di aver trovato le strade di Manhattan deserte mentre correva in taxi verso la sede della CBS, alla fine della trasmissione. Il suo giornale, intanto, aveva aperto sul panico.4 Cantril contò 12.500 articoli sul caso nelle tre settimane successive.2

Anche lo studio di Cantril fece la sua parte. Lo finanziò a novembre 1938, con 3.000 dollari, il General Education Board, una delle fondazioni Rockefeller, e diventò un classico sugli effetti dei media. Secondo l'archivio Rockefeller il suo stile sensazionale contribuì a gonfiare l'idea dell'«isteria di massa» e mise in ombra il lavoro di due ricercatrici del gruppo, Hazel Gaudet e Herta Herzog.5

Il mito dura da 88 anni perché è utile. Jeffery Sconce, che studia i media alla Northwestern University, dice che continuiamo a raccontarlo perché abbiamo bisogno di una storia che ci metta in guardia sul potere dei media.6 W. Joseph Campbell, che ha dedicato al caso un capitolo del suo libro sui miti del giornalismo, aggiunge l'effetto terza persona: pensiamo che i media influenzino molto gli altri e poco noi stessi.1

Dalla radio ai deepfake: il panico e le misure

  1. Ott 1938La CBS trasmette «La guerra dei mondi». Il giorno dopo i giornali parlano di panico
  2. Nov 1938Una fondazione Rockefeller finanzia con 3.000 dollari lo studio di Princeton
  3. Dic 1938Il sondaggio Gallup, sei settimane dopo: il 12% dice di aver ascoltato
  4. Apr 2020Science Advances: le notizie false sono lo 0,15% del tempo passato sui media negli Stati Uniti
  5. Ott 2023Tre ricercatori scrivono che le paure sull'AI generativa e la disinformazione sono esagerate
  6. Nov 2024Il Turing Institute non trova elezioni del 2024 cambiate in modo misurabile dalla disinformazione fatta con l'AI
  7. Giu 2026Il 62% delle persone si dice preoccupato per le notizie false online
  8. Ott 2026In Oregon un video vero viene descritto come un deepfake

La paura di oggi e le misure

Il Digital News Report 2026 del Reuters Institute, pubblicato il 16 giugno e basato su 97.520 interviste in 48 paesi, registra che il 62% delle persone è preoccupato per le notizie false online, 4 punti più del 2025. In tutti i paesi dell'Europa occidentale la preoccupazione è salita di almeno 4 punti, e il rapporto la collega ai timori per i deepfake, per i contenuti scadenti prodotti in serie con l'AI e per la disinformazione politica. La fiducia nelle notizie è scesa al 37%, il valore più basso da quando viene misurata, cioè dal 2015.7 In Italia è al 32%.8 Dello stesso rapporto ho scritto a proposito delle notizie che arrivano dai chatbot.

Le misure su quanta disinformazione vediamo sono più rassicuranti delle nostre paure. Uno studio pubblicato su Science Advances nell'aprile 2020, costruito su un campione rappresentativo di quello che gli americani guardano su telefono, computer e televisione, ha trovato che le notizie di qualsiasi tipo occupano al massimo il 14,2% del tempo dedicato ai media, e quelle false lo 0,15%.9 Sono dati di prima dell'AI generativa, ma danno l'ordine di grandezza.

Quanto pesano le notizie nel tempo passato sui media

Notizie di ogni tipoal massimo 14,2%
Notizie false0,15%
Allen e altri, Science Advances, aprile 2020. Quota del tempo che gli americani passano su telefono, computer e televisione. A righe il totale delle notizie, per confronto.

Il 2024 è stato l'anno in cui più di 2 miliardi di persone in almeno 50 paesi sono andate a votare. Il Centre for Emerging Technology and Security dell'Alan Turing Institute ha seguito le elezioni dal Regno Unito all'Unione europea, da Taiwan all'India, fino agli Stati Uniti, e non ha trovato prove che la disinformazione fatta con l'AI abbia cambiato in modo misurabile un risultato. Gli autori precisano che sul voto americano mancano dati sufficienti per misurarne l'effetto, e che i contenuti falsi hanno comunque inasprito il dibattito, rafforzando soprattutto chi la pensava già così. Spiegano anche perché hanno fatto il lavoro: senza dati, il rischio era che l'ansia per la minaccia crescesse e minasse la fiducia nelle elezioni.10

Felix Simon, Sacha Altay e Hugo Mercier, in un articolo uscito nell'ottobre 2023 sulla Misinformation Review della Harvard Kennedy School, arrivano a una conclusione simile per un'altra strada. Produrre più falsi costa meno, ma a limitare la disinformazione è la domanda, perché l'attenzione delle persone è finita. Le paure di oggi, scrivono, appartengono a una vecchia e vasta famiglia di panici morali sulle nuove tecnologie. E gli allarmi esagerati possono ridurre la fiducia anche nelle notizie vere.11

Quando la paura sbaglia bersaglio

Un caso di ottobre mostra che cosa vuol dire. Il 19 ottobre l'Oregon Journalism Project, una testata locale, ha scritto che un video di Nafisa Fai, consigliera della contea di Washington e candidata a guidarla, in piedi davanti a una bandiera americana capovolta a un incontro a Minneapolis, era un deepfake diffuso per presentarla come antiamericana. Esponenti politici locali, tra cui la deputata Maxine Dexter, hanno condannato il video e chiesto regole sull'AI.12 Poi sono arrivate immagini che mostravano la bandiera capovolta per davvero, e la testata ha ritirato il pezzo scrivendo che titolo e articolo avevano descritto il video come un deepfake «in modo errato».13 Fai ha detto che non si sarebbe mai messa di proposito davanti a una bandiera capovolta.12

In questa storia nessun programma ha generato niente. Un video vero è stato scambiato per falso perché l'ipotesi del deepfake era plausibile e conveniente. I ricercatori chiamano «dividendo del bugiardo» l'abitudine di liquidare come falsa una prova vera, e Simon, Altay e Mercier ricordano che esisteva ben prima dell'AI generativa.11

Questo non vuol dire che i deepfake siano innocui. I danni misurati ci sono, e colpiscono soprattutto singole persone e aziende. Nel 2024 la società di ingegneria Arup ha perso a Hong Kong 200 milioni di dollari locali, trasferiti in 15 operazioni da una persona dello staff dopo una videochiamata con colleghi e superiori che sembravano veri ed erano tutti falsi.14 Delle voci clonate usate nelle truffe e degli strumenti per riconoscere i contenuti generati ho scritto in SynthID e gli altri.

Che cosa ne penso

Quella sera qualcuno si spaventò, e Cantril raccolse testimonianze vere. Penso però che il racconto di un panico dica spesso più su chi lo racconta che su chi l'avrebbe vissuto. Nel 1938 i giornali avevano un interesse preciso a descrivere la radio come pericolosa. Oggi a descrivere i deepfake come onnipotenti hanno interesse in molti, da chi vende sistemi per riconoscerli a chi preferisce dare la colpa a una macchina piuttosto che a una propria scelta.

Il rischio che vedo più grande non è che crediamo a tutto, ma che smettiamo di credere a qualunque cosa. Con la fiducia nelle notizie al 37% e sei persone su dieci preoccupate di non distinguere il vero dal falso, un video autentico si può scartare con una parola, come è successo in Oregon. Per questo le filigrane e le firme digitali dei contenuti mi interessano soprattutto per la loro capacità di dimostrare che una cosa è vera.

La preoccupazione andrebbe spesa dove i danni si misurano, cioè sulle truffe con voci e volti clonati e sulle immagini intime false fatte per colpire una persona. Lì le prove ci sono, e anche le difese. Sul voto e sull'opinione pubblica, prima di gridare, vorrei vedere le misure.

La regola che seguirei è semplice. Quando si scrive che un contenuto falso ha ingannato milioni di persone, bisogna dire chi l'ha misurato, quando e su quante persone. Il libro di Cantril queste informazioni le dava, e grazie a quelle oggi sappiamo che il milione di spaventati era una stima fatta sei settimane dopo, partendo da un pubblico più che doppio rispetto a ogni altra misura.

Note e fonti

  1. W. J. Campbell, Media Myth Alert, The mythical 'panic broadcast': Tired cliché of Halloween ↗, 30 ottobre 2015. Campbell è l'autore di «Getting It Wrong», un libro sui miti del giornalismo americano. ↩
  2. H. Cantril, con H. Gaudet e H. Herzog, The Invasion from Mars: A Study in the Psychology of Panic ↗, Princeton University Press, 1940. Le stime sul pubblico sono alle pagine 55-58, gli annunci alle pagine 43-44, gli indici Hooper alle pagine 82-83, la scelta degli intervistati nella prefazione. ↩
  3. The New York Times, Radio Listeners in Panic, Taking War Drama as Fact ↗, 31 ottobre 1938. ↩
  4. J. Pooley, M. J. Socolow, Orson Welles' War of the Worlds panic myth: The infamous radio broadcast did not cause a nationwide hysteria ↗, Slate, 28 ottobre 2013. ↩
  5. L. Miller, Rockefeller Archive Center, War of the Worlds: Rockefeller Philanthropies, Disinformation, and Media Literacy in the 1930s ↗, 2 dicembre 2021. ↩
  6. K. Hare, Poynter, Threatened by radio, newspapers exaggerated 'War of the Worlds' panic ↗, 29 ottobre 2013. ↩
  7. Reuters Institute for the Study of Journalism, Digital News Report 2026, Executive summary ↗, 16 giugno 2026. ↩
  8. A. Cornia, Reuters Institute, Digital News Report 2026: Italy ↗, 16 giugno 2026. ↩
  9. J. Allen, B. Howland, M. Mobius, D. Rothschild, D. J. Watts, Evaluating the fake news problem at the scale of the information ecosystem ↗, Science Advances, 3 aprile 2020. ↩
  10. S. Stockwell e altri, CETaS, Alan Turing Institute, AI-Enabled Influence Operations: Safeguarding Future Elections ↗, 13 novembre 2024. ↩
  11. F. M. Simon, S. Altay, H. Mercier, Misinformation reloaded? Fears about the impact of generative AI on misinformation are overblown ↗, Harvard Kennedy School Misinformation Review, 18 ottobre 2023. ↩
  12. S. Dixon Kavanaugh, A. De Dios, The Oregonian, ripreso da The Chronicle, Oregon Democrats decried a deepfake, then the evidence fell apart ↗, 21 ottobre 2026. ↩
  13. P. Rosenberg, Willamette Week, Oregon Journalism Project Retracts Story on Video Featuring Washington County Candidate ↗, ottobre 2026. ↩
  14. The Guardian, UK engineering firm Arup falls victim to £20m deepfake scam ↗, 17 maggio 2024. ↩