Il 10% che si informa con un chatbot
Il 16 giugno il Reuters Institute dell'Università di Oxford ha pubblicato il Digital News Report 2026, la più ampia indagine sul modo in cui ci informiamo: 97.520 persone intervistate online in 48 paesi.1 Due numeri vanno letti insieme. La fiducia nelle notizie è scesa al 37%, il valore più basso da quando l'istituto ha cominciato a misurarla, nel 2015. E il 10% degli intervistati usa ogni settimana un chatbot come ChatGPT, Gemini o Perplexity per informarsi, contro il 7% del 2025.
Il 10% sembra poco, e infatti solo l'1% indica l'AI come fonte principale. Ma la crescita la guidano i più giovani: tra i 18 e i 24 anni la quota sale al 17%, il triplo di chi ha più di 55 anni (5%).2 Chi la usa, poi, è soprattutto il pubblico più interessato alle notizie, cioè i lettori a cui i giornali tengono di più. Delle notizie date da un chatbot si fida solo il 20% delle persone, ma tra chi ne usa uno la quota sale al 44%.
Il dato più citato riguarda i clic. Nei 27 paesi in cui è stata posta la domanda, solo il 4% degli intervistati dice di aprire sempre o spesso la fonte originale quando legge una risposta di un chatbot. Dalla ricerca lo fa il 19%, dai social il 17%.2 Va letto con attenzione, perché il divario dipende soprattutto da quanta poca gente usa ancora i chatbot per le notizie. Tra chi li usa, il 42% dice di cliccare spesso. Lo dice, appunto: sono risposte a un questionario, e lo stesso Reuters Institute avverte che ciò che dichiariamo e ciò che facciamo possono essere diversi.
Che cosa dicono i dati di navigazione
Per sapere che cosa facciamo bisogna guardare il traffico. Nel marzo 2025 il Pew Research Center ha seguito la navigazione di 900 adulti statunitensi.3 Il 18% delle loro ricerche su Google mostrava in cima un riassunto scritto dall'AI. Quando il riassunto c'era, cliccavano su un risultato tradizionale nell'8% delle visite; quando non c'era, nel 15%. Sui link dentro il riassunto cliccavano nell'1% dei casi. E nel 26% dei casi la navigazione finiva lì, contro il 16% delle pagine senza riassunto.
Quanto si clicca su Google, con e senza il riassunto AI
Secondo Similarweb, tra maggio 2024 e maggio 2025 le ricerche sulle notizie finite senza alcun clic verso un sito di informazione sono passate dal 56% al 69%.4 Chartbeat, che misura il pubblico di migliaia di testate, ha registrato tra dicembre 2024 e dicembre 2025 un calo del 34% delle pagine viste arrivate da Google Search e del 16% di quelle da Google Discover.5 Il traffico da ChatGPT in un anno è più che triplicato, ma tutti i chatbot insieme valgono ancora meno dell'1% delle pagine viste. Gli editori intervistati dal Reuters Institute si aspettano che le visite dalla ricerca calino di un altro 43% entro tre anni.1
Il tempo che prima finiva sulla pagina di un giornale ora resta dentro la risposta. Chi la scrive ha preso insieme il posto dell'edicola e della prima pagina.
Il caso italiano
In Italia la fiducia nelle notizie è al 32%, quattro punti meno del 2025, e paga per informarsi online solo l'8%.6 I chatbot per le notizie si usano meno che altrove: ogni settimana li usa il 6% degli intervistati, uno dei valori più bassi dei 48 paesi (il più basso è quello del Regno Unito, 4%). Di quello che arriva da un chatbot si fida il 16%.7
Il problema dei giornali italiani, però, è cominciato prima dell'AI. Secondo l'AGCOM, nel 2025 sono state vendute 430 milioni di copie di quotidiani tra carta e digitale, circa 1,6 milioni al giorno: l'8,1% in meno del 2024 e il 30,6% in meno del 2021.8 Nel primo trimestre 2026 il calo è continuato (-7,6%) e anche online i siti più letti hanno perso pubblico: a marzo quello di Repubblica aveva 28,8 milioni di utenti unici (-8,9% in un anno), quello del Corriere della Sera 26,6 milioni (-8%).9
I ricavi raccontano lo stesso spostamento: in quattro anni quelli di quotidiani e periodici sono calati del 18%, mentre la pubblicità online è cresciuta di oltre la metà ed è finita quasi tutta alle piattaforme.9
Ricavi in Italia, in miliardi di euro
Accordi, reclami e tribunali
Alcuni editori hanno scelto di trattare. Nel settembre 2024 GEDI, allora proprietaria di Repubblica e della Stampa, ha firmato un accordo con OpenAI per portare i suoi contenuti nelle risposte di ChatGPT. Il 27 novembre 2024 il Garante della privacy l'ha avvertita che gli archivi dei giornali contengono dati personali, anche delicati, che non si possono cedere per addestrare un modello senza le garanzie richieste dal GDPR.10
Nell'ottobre 2025 la FIEG, la federazione degli editori di giornali, ha presentato all'AGCOM un reclamo contro AI Overviews, i riassunti di Google, accusati di ridurre il traffico verso i siti e quindi i ricavi pubblicitari.6 Il 30 aprile 2026, dopo aver ascoltato Google e gli editori, l'AGCOM ha chiesto alla Commissione europea di valutare se AI Overviews e AI Mode violino il Digital Services Act.11 A Bruxelles era già aperta, dal 9 dicembre 2025, un'indagine antitrust: la Commissione vuole capire se Google usi i contenuti degli editori senza un compenso adeguato e senza lasciare loro la possibilità di rifiutare, visto che chi rifiuta rischia di sparire dalla ricerca.12
Il 3 giugno l'autorità britannica della concorrenza, la CMA, ha imposto a Google di dare agli editori strumenti efficaci per impedire che i loro contenuti alimentino le funzioni AI della ricerca.13 Google ha creato l'opzione in Search Console e dal 31 agosto la offre ai siti di tutto il mondo. Assicura che la scelta non pesa sul posizionamento nei risultati normali, ma avverte che chi esce non riceve né traffico né visibilità dalle risposte AI.14 Negli Stati Uniti, invece, il 30 settembre il giudice federale Amit Mehta ha respinto le cause antitrust di Penske Media e Chegg contro AI Overviews: che Google mandi traffico a chi si lascia leggere, ha scritto, è «un'aspettativa», non un accordo.15
Gli accordi di licenza esistono, ma sono pochi e concentrati. Reporters sans frontières ne ha contati 230 resi pubblici tra il 2023 e il maggio 2026, il 71% con testate di Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda.16
Quanto ci si può fidare della risposta
Se il lettore si ferma alla risposta, conta che cosa c'è scritto. Tra il 24 maggio e il 10 giugno 2025 giornalisti di 22 servizi pubblici di 18 paesi, tra cui la Rai, hanno fatto domande di attualità a ChatGPT, Copilot, Gemini e Perplexity in 14 lingue e hanno valutato 2.709 risposte. Il 45% aveva almeno un problema grave.17 Il più frequente riguardava le fonti (31%): mancavano, erano sbagliate o non dicevano ciò che la risposta attribuiva loro. Il 20% conteneva errori sui fatti, compresi dettagli inventati o superati. Gemini andava peggio degli altri, con problemi gravi nel 76% delle risposte.
Un esempio viene proprio dalla Rai. Alla domanda su che cosa faccia la NATO, Copilot ha indicato come fonti un video del 2022 e un articolo del 2014. Per una testata il rischio è doppio, perché perde il clic e può perdere anche la reputazione: una ricerca della BBC pubblicata insieme allo studio dice che il 42% degli adulti britannici si fiderebbe meno della fonte originale se il riassunto dell'AI contenesse errori.
La pubblicità entra nella risposta
Il 9 febbraio 2026 OpenAI ha cominciato a mostrare annunci in ChatGPT agli utenti statunitensi del piano gratuito e del piano Go. Gli annunci sono separati dalla risposta, etichettati come sponsorizzati ed esclusi dalle conversazioni su salute e politica.18 Dal 24 agosto la pubblicità è arrivata in 31 mercati europei, Italia compresa, per ora senza annunci personalizzati nello Spazio economico europeo.19 Google lavora su numeri ancora più grandi: dice che AI Overviews ha oltre 2,5 miliardi di utenti al mese e AI Mode più di un miliardo.14
Per vent'anni una persona cercava, vedeva dieci link e sceglieva. I marchi pagavano per comparire tra quei link, i giornali vivevano delle visite. Ora la risposta arriva già composta e lo spazio che conta è lì dentro. Per un'azienda la domanda diventa se viene nominata, con quali informazioni e accanto a quale annuncio. È lo stesso passaggio che ho raccontato per gli acquisti in Quando le macchine cominciano a scegliere.
Che cosa ne penso
Non credo che i clic torneranno. Il 15 ottobre Google ha annunciato più link e più spazio per le fonti nelle sue risposte AI, ma non ha detto quanto traffico porteranno.20 È una buona notizia, e resta una concessione che chi la fa può ritirare. Un giornale che costruisce i conti sulle visite dalla ricerca fa una scommessa che dipende da altri.
Vedo due cose da fare. La prima è il rapporto diretto con i lettori: newsletter, app, abbonamenti, eventi. In un paese dove paga l'8%, è una strada lunga, ma è l'unica che non dipende da un algoritmo altrui. La seconda è la forza contrattuale. Ora che uscire dalle risposte AI è possibile, un editore ha qualcosa da mettere sul tavolo. Da solo conta poco, come mostra quel 71% di accordi firmati nel mondo anglofono. Penso che gli editori italiani dovrebbero trattare insieme, come chiede RSF, anziché uno alla volta e in silenzio.
Lavoro nei media, e per i marchi vedo un rischio preciso. Chi risponde decide quali fonti citare e quali aziende nominare, e adesso vende anche la pubblicità che compare lì accanto. Che i due sistemi siano separati lo dice OpenAI; io vorrei che lo potesse verificare qualcuno da fuori. Nel frattempo un'azienda dovrebbe misurare, oltre ai clic, anche come compare nelle risposte, e correggere le informazioni sbagliate che circolano su di lei.
Quando copiare costa poco, il mondo cambia.
Settima legge dell'innovazione, da Un perché alla volta
Una risposta che riassume dieci articoli riproduce quasi senza costi il lavoro di chi li ha scritti. Il problema, a quel punto, smette di essere trovare le informazioni e diventa scegliere di chi fidarsi. Per scegliere bisogna vedere da dove arrivano, come ho scritto anche a proposito dei contenuti generati in SynthID e gli altri.
Come tenere in vista le fonti
- FontiChiedere da dove vieneChiedere al chatbot quali fonti ha usato e aprirne almeno una. Nello studio di EBU e BBC quasi un terzo delle risposte aveva problemi proprio lì.
- DateGuardare quando è stato scrittoLe risposte possono basarsi su articoli vecchi di anni. Se la fonte citata è del 2014, quella non è una notizia recente.
- Fatti in corsoAndare alla testataPer le notizie che stanno succedendo Google spesso non mostra il riassunto AI e rimanda agli articoli. L'app o il sito di un giornale che conosci restano la via più corta.
- AbitudineScegliere le proprie fontiUna newsletter, un'app, un abbonamento. Un legame diretto con due o tre testate di cui ti fidi fa arrivare le notizie da chi le ha verificate.
Chi pubblica un sito, intanto, ha un dato nuovo da guardare. Da fine agosto Search Console mostra quante volte le pagine compaiono nelle risposte AI di Google e in quali paesi.14 È il numero da cui partire prima di decidere se restare dentro quelle risposte o uscirne.