I numeri del 31 agosto
Il 31 agosto l'Istat ha pubblicato le nuove previsioni sulla popolazione, sulle famiglie e sulle forze di lavoro. Per il lavoro il dato è questo: tra il 2025 e il 2050 le persone tra i 15 e i 64 anni, quelle che le statistiche considerano in età da lavoro, passeranno da circa 37,3 a 30,2 milioni. Circa 7 milioni in meno in venticinque anni.1
L'Istat ha provato anche a stimare quanta parte di questa perdita si possa recuperare se lavoreranno più persone. Ha ipotizzato che il tasso di attività dei 15-64enni salga dal 66,7% al 71% e quello delle donne dal 57,8% al 64,2%, un livello che l'Italia non ha mai visto. Anche così le forze di lavoro scendono da 24,8 a 21,4 milioni, cioè 3,4 milioni di persone in meno. Se si contano anche i 65-74enni, che lavoreranno più a lungo di oggi, la perdita si riduce a 2,9 milioni, l'11,5%.1
Francesco Seghezzi, presidente di ADAPT, ha fatto notare su Domani che questo è lo scenario favorevole. Presuppone che gli inattivi scendano da 12,4 a 8,8 milioni, che molte più persone lavorino oltre i 65 anni e che le donne partecipino al lavoro come mai prima. Se tutto questo succede, scrive, la forza lavoro diminuirà comunque di quasi 3 milioni.2
Intanto le persone con almeno 65 anni passeranno dal 24,7% al 34,5% della popolazione, e quelle con più di 85 anni dal 4,1% a oltre il 7%. Sono quelle che hanno più bisogno di cure.1 Già oggi, secondo Eurostat, l'Italia ha il rapporto più alto dell'Unione europea tra anziani e popolazione in età da lavoro: 39 persone con almeno 65 anni ogni 100 tra i 15 e i 64, contro una media di 34,5. Ha anche l'età mediana più alta, 49,1 anni.3 Con le quote previste dall'Istat per il 2050 si arriva a circa 62 ogni 100. Il calcolo è mio.
Perché il vuoto non si riempie in fretta
Fino al 2050 questi numeri cambiano poco anche se tornassero a nascere più bambini. Chi avrà 25 anni nel 2050 è nato nel 2025, e nel 2025 in Italia sono nati 355.000 bambini, il 3,9% in meno dell'anno prima, con una media di 1,14 figli per donna.4 Nel 2008 le nascite erano state più di 576.000. Da allora sono calate ogni anno.5
Una parte dei giovani, poi, va a lavorare all'estero. Secondo il CNEL, tra il 2011 e il 2024 sono emigrati 630.000 italiani tra i 18 e i 34 anni; al netto di chi è arrivato, il saldo è di 441.000 giovani in meno. Tra chi è partito nel 2022-2024, il 42,1% era laureato.6 Nel 2025 gli espatri sono scesi a 109.000, ma l'Istat avverte che il confronto risente del numero eccezionale di iscrizioni all'anagrafe degli italiani all'estero registrato nel 2024.4
L'altra leva è l'immigrazione, e conta già molto: nel 2025 il saldo con l'estero è stato di 296.000 persone in più.4 Le previsioni dell'Istat lo considerano positivo per tutto il periodo, quindi la perdita di circa 7 milioni di persone in età da lavoro tiene già conto di chi arriverà.1 Con il decreto flussi il governo ha previsto 497.550 ingressi per lavoro tra il 2026 e il 2028.7 Il meccanismo però funziona male. Secondo il monitoraggio della campagna Ero Straniero, ripreso dal Post, delle 181.450 quote del 2025 solo 14.349 si sono trasformate in un permesso di soggiorno, il 7,9%.8
Dove le persone mancano già
Le imprese il problema lo vedono già quando assumono. A ottobre, secondo il sistema Excelsior di Unioncamere e ministero del Lavoro, le aziende prevedevano più di 539.000 ingressi e dicevano di avere difficoltà a trovare le persone per il 43,6% di questi.9 Un anno prima la quota era del 46,8%, e il primo motivo indicato era la mancanza di candidati, più della loro preparazione.10
Nella sanità la carenza ha un'età precisa. Secondo il primo rapporto della federazione degli ordini delle professioni infermieristiche (FNOPI) con la Scuola Sant'Anna di Pisa, in Italia ci sono circa 6,5 infermieri ogni 1.000 abitanti, contro una media europea di 8,4. Dei 458.112 iscritti agli ordini nel 2024, quasi la metà aveva più di 50 anni e solo uno su otto ne aveva 30 o meno.11
Nell'assistenza agli anziani succede una cosa che sembra contraddittoria: le persone da assistere aumentano e i lavoratori regolari diminuiscono. Secondo l'INPS, nel 2025 i lavoratori domestici con contributi versati erano 804.464, in calo per il quarto anno consecutivo. Le badanti sono il 51,3% del totale e quasi sette lavoratori su dieci sono stranieri.12
Anche la pubblica amministrazione invecchia. Secondo l'elaborazione di FORUM PA sul Conto annuale della Ragioneria dello Stato, nel 2024 i dipendenti pubblici erano 3.388.794, con un'età media di 49 anni e 4 mesi. Il 54% aveva più di 50 anni e oltre 121.000 avevano già compiuto i 65. Le assunzioni legate al PNRR hanno fatto crescere gli under 30 del 33% in un anno, ma restano circa 210.000 su quasi 3,4 milioni.13
Fare lo stesso lavoro con meno persone
Quando le persone che lavorano diminuiscono, per non impoverirsi bisogna produrre di più in ogni ora di lavoro. È proprio quello che l'Italia non riesce a fare da trent'anni. Secondo l'Istat, tra il 1995 e il 2024 la produttività del lavoro è cresciuta in media dello 0,3% l'anno, contro l'1,5% dell'Unione europea, l'1,2% della Germania e l'1% della Francia.14
Crescita media annua della produttività del lavoro, 1995-2024
A giugno la Banca d'Italia ha pubblicato uno studio che stima che cosa potrebbe fare l'AI. Se si diffonde in modo ampio, potrebbe aggiungere tra 0,2 e 1,1 punti all'anno alla crescita della produttività per dieci anni, a seconda di quanto rapida e profonda sarà l'adozione. Per un Paese fermo allo 0,3% sarebbe moltissimo. Lo stesso studio però dice che, per ora, nelle imprese italiane che hanno adottato l'AI non si vedono effetti sistematici sulla produttività. I guadagni sui singoli compiti ci sono, ma per vederli nei conti delle aziende bisogna ripensare processi e organizzazione, come è successo con i computer.15
Il Giappone, che invecchia prima di noi, offre un esempio utile. Il governo giapponese stima che nell'anno fiscale 2040 serviranno 2,72 milioni di operatori dell'assistenza agli anziani. Nel 2023 erano 2,126 milioni, il primo calo da quando esiste il sistema pubblico di assistenza, nato nel 2000.16 Tre economisti, Yong Suk Lee, Toshiaki Iizuka e Karen Eggleston, hanno studiato le case di riposo giapponesi che hanno introdotto robot e sensori. Dove sono arrivati i robot, soprattutto quelli di monitoraggio, il personale è aumentato e se n'è andato di meno. Il tempo liberato è passato ai compiti di contatto diretto con gli ospiti, e sono diminuiti le contenzioni e le piaghe da decubito.17
Seghezzi indica anche un paradosso da tenere presente. Molti lavori che l'AI può sostituire sono negli uffici, dove i candidati non mancano. Nella cura, nella sanità e nell'assistenza, dove le persone sono già poche, sostituirle potrebbe non essere possibile.2 Nelle case di riposo giapponesi la tecnologia ha funzionato perché ha tolto peso a chi restava.
Il freno vero: competenze e piccole imprese
In Italia l'AI si diffonde, ma a due velocità. Secondo l'Istat, nel 2025 il 16,4% delle imprese con almeno 10 addetti usava almeno una tecnologia di intelligenza artificiale, il doppio dell'anno prima. Tra le grandi imprese la quota era del 53,1%, tra le piccole e medie del 15,7%.18 La media europea è del 20%.19 La Banca d'Italia calcola che l'Italia sia quattro punti sotto la media dell'Unione e quasi dieci sotto la Germania.15
Imprese con almeno 10 addetti che usano l'AI, 2025
Il motivo principale lo indicano le imprese stesse. Tra quelle che hanno valutato l'AI senza adottarla, il 58,6% cita la mancanza di competenze, prima della poca chiarezza delle leggi (47,3%), della scarsa qualità dei dati (45,2%) e dei costi (43%).18 L'Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI del Politecnico di Milano arriva allo stesso punto da un'altra strada: il 76% delle piccole e medie imprese non ha investito nell'AI e non prevede di farlo, e solo il 7% ha avviato programmi strutturati di formazione per i dipendenti.20
Per la Banca d'Italia la mancanza di competenze è il singolo ostacolo più importante, ma non l'unico. Lo studio sconsiglia i «sussidi poco selettivi» e propone altro: strutture dedicate che accompagnino le imprese nell'adozione, fornitori specializzati capaci di offrire soluzioni anche alle piccole, appalti pubblici che creino domanda, regole certe, dati condivisi e accesso più facile alla potenza di calcolo.15
Che cosa ne penso
Penso che in Italia discutiamo dell'AI partendo dalla domanda sbagliata. Ci chiediamo quanti posti di lavoro distruggerà, mentre per i prossimi venticinque anni il problema sarà trovare le persone per fare il lavoro che c'è. Nel pezzo sui licenziamenti attribuiti all'AI ho scritto che spesso quell'etichetta copre tagli decisi per altri motivi. Qui il punto è un altro. In un Paese che perde tre milioni di lavoratori, un ufficio comunale, un reparto o una piccola fabbrica rischia di chiudere perché nessuno risponde all'annuncio.
Non credo che l'AI risolva il problema da sola, e diffido di chi la presenta così. Non cambia un letto e non tiene compagnia a una persona con l'Alzheimer. Può però restituire a un'infermiera una parte del tempo che passa a scrivere e registrare, o togliere a un impiegato comunale le pratiche ripetitive. In un'impresa di trenta persone può aiutare a preparare un preventivo o a controllare la qualità di un pezzo senza dover assumere qualcuno che non si trova. In un Paese con sempre più anziani e sempre meno persone al lavoro, è questo che tiene aperti i servizi.
Il rischio che vedo riguarda chi resta indietro. Le grandi aziende italiane usano l'AI quasi quanto le grandi aziende europee. Il ritardo sta nelle piccole imprese, che danno lavoro a milioni di persone e spesso non hanno nessuno con il tempo di imparare una tecnologia nuova. Se l'AI entra solo nelle aziende grandi, cresce la distanza tra chi riesce a lavorare con meno persone e chi chiude. Per questo conta chi la sa usare: innovare resta una questione di persone, anche quando le persone sono poche.
Che cosa possono fare imprese e istituzioni
- FormareFormazione in orario di lavoroIl 58,6% delle imprese che hanno rinunciato all'AI cita le competenze. Servono ore pagate e legate a un compito vero dell'azienda, con qualcuno che segue chi impara.
- AccompagnareUn aiuto concreto alle piccole impreseVoucher legati a un progetto preciso, con un centro di competenza o un fornitore che segue l'impresa fino all'uso quotidiano, come suggerisce la Banca d'Italia.
- LiberarePrima il lavoro d'ufficioNegli enti pubblici e nella sanità l'AI va messa dove si scrive, si archivia e si controlla, per restituire ore agli sportelli e ai reparti.
- AccogliereFar funzionare l'immigrazioneSe meno di 8 quote su 100 diventano un permesso di soggiorno, il problema è la procedura. La tecnologia non basta senza persone nuove.
Il prossimo dato da guardare arriverà a dicembre. Eurostat ha in programma per dicembre 2026 l'aggiornamento sull'uso dell'AI nelle imprese europee, e lì si vedrà se le piccole imprese italiane hanno cominciato a recuperare.19