Il 14 ottobre, un numero più grande dell'Italia
Il 14 ottobre, al Green & Net Zero Talk di RCS Academy, l'amministratore delegato di Terna Pasqualino Monti ha dato un numero che è finito su tutti i giornali economici: «Oggi siamo arrivati a oltre 100 GW di richieste di connessione, per quasi 600 iniziative».1 Sono le domande che chi vuole costruire un data center ha presentato al gestore della rete di trasmissione per essere allacciato in alta tensione.
Il 15 luglio, durante l'ondata di caldo, l'Italia intera ha chiesto alla rete 58,1 GW, il picco dell'anno. Il massimo storico resta quello del luglio 2015, 60,5 GW.2 Le richieste dei soli data center valgono quasi il doppio di tutto il Paese nel momento di massimo consumo, con case, fabbriche, ospedali, treni e condizionatori compresi.
Lo stesso Monti ha messo le mani avanti. Le richieste, ha detto, «superano ampiamente la reale capacità di realizzazione dei progetti», come era già successo con le rinnovabili, e Terna costruirà le infrastrutture «in funzione della concreta maturazione delle iniziative».1 Buona parte di quei 100 GW non diventerà mai un edificio. Il problema è capire quale parte, perché ogni domanda occupa un posto in coda, e la coda pesa sulla pianificazione della rete e alla fine sulle bollette.
Dei consumi dell'AI ho già scritto in Il peso invisibile dell'intelligenza artificiale, e il contatore dei data center mostra quanta energia usano nel mondo. Qui guardo un'altra cosa: la distanza, in Italia, tra le domande e i cantieri.
Quanto valgono 100 GW
Perché le richieste si gonfiano
Terna ha l'obbligo di connettere alla rete tutti quelli che lo chiedono, ed è lei a gestire gli allacci in alta e altissima tensione degli impianti da 10 MW in su.3 Non può scartare una domanda perché le sembra poco seria. Chi la presenta riceve una soluzione tecnica con un preventivo, la STMG. Se la accetta passa alla fase successiva, e solo dopo aver ottenuto le autorizzazioni arriva alla soluzione di dettaglio, la STMD, che precede i lavori.
Il punto debole è l'ingresso. Secondo Luca Beltramino, presidente dell'Italian Datacenter Association (IDA), al momento bastano 2.500 euro per chiedere una connessione, che si tratti di 100 o di 200 megawatt.4 Con una cifra così bassa conviene presentare più domande per lo stesso progetto in punti diversi della rete, oppure prenotare capacità su un terreno e poi rivendere tutto a chi costruirà. Il rapporto dell'Università di Padova realizzato con il contributo del WWF lo scrive in chiaro: il preventivo viene emesso «senza alcuna valutazione preliminare di fattibilità tecnica, ambientale o finanziaria», e la coda non distingue i progetti di valore da quelli «civetta», presentati solo per esserci.5
L'avanzamento delle pratiche mostra la sproporzione. A fine marzo 2026 c'erano 480 domande per 82,6 GW: 181 aspettavano ancora che il richiedente accettasse il preventivo, 285 lo avevano accettato e solo 12, per 1,33 GW, erano arrivate alla soluzione di dettaglio.5 Ad agosto le domande nella fase più avanzata erano 15, per 1,88 GW, meno del 2% della potenza chiesta. I data center collegati alla rete di trasmissione come utenze a sé erano otto, e il primo era stato allacciato nel 2017.6
Le domande si concentrano dove i data center ci sono già. Al 31 luglio la Lombardia ne contava 289 su 529, per 44,96 GW, circa il 47% del totale nazionale. Per la prima volta era scesa sotto la metà, perché crescono il Piemonte, il Lazio e la Puglia.7
Richieste di connessione dei data center per regione, in GW
Quanti data center vedremo
Per stimare quanta potenza servirà, Terna e Snam non partono dalle domande. Nel Documento di Descrizione degli Scenari 2026, la base dei piani di sviluppo delle reti elettrica e del gas, ipotizzano per i data center una potenza media impegnata di circa 1,7 GW nel 2030, 3,1 GW nel 2035 e 4,4 GW nel 2040, guardando ai progetti più avanti nell'iter autorizzativo.8 Nel 2030 sono circa 15 TWh l'anno, il 4,4% dei 338 TWh di domanda elettrica previsti.9
Anche l'industria, quando conta i progetti uno per uno, arriva a quell'ordine di grandezza. La ricerca IDA presentata l'8 ottobre a Roma stima che la capacità commerciale, cioè i data center che affittano spazio e potenza ad altre aziende, passi dai 460 MW del 2025 a circa 2 GW nel 2031. Con le strutture che le aziende usano per sé, a fine 2025 la capacità installata era di circa 760 MW. I progetti qualificati valgono 1.839 MW: 230 in costruzione, 673 in sviluppo e 936 ancora in fase preliminare.10 Il potenziale di 36,9 miliardi di investimenti tra il 2026 e il 2036 presuppone che tutti i progetti qualificati vengano realizzati.
Milano resta il centro di tutto. Secondo la mappatura del Politecnico di Milano, nell'area metropolitana ci sono 33 dei 49 data center attivi in Lombardia, con circa 414 MW, il 68% della potenza nazionale, e i progetti in valutazione hanno in media 80 MW, contro i meno di 10 MW di quelli già accesi.11
Chi paga la rete
Quando un impianto di consumo si allaccia in alta tensione, oggi paga il 50% delle opere sulla rete di trasmissione necessarie a collegarlo.5 Il resto, insieme ai rinforzi che servono a portare l'energia dove viene usata, entra nei costi di rete che tutti pagano in bolletta. È qui che le richieste di carta smettono di essere un problema di statistica.
Il gestore ha due strade e nessuna è gratis. Se progetta linee e stazioni per iniziative che poi spariscono, spende soldi che finiscono in tariffa. Se aspetta, chi ha un progetto vero resta in fila per anni dietro a chi ha solo un terreno e una domanda da 2.500 euro. Monti ha scelto la seconda strada, costruire man mano che i progetti maturano. Per le bollette è la scelta prudente, ma rallenta gli operatori seri, ed è per questo che sono proprio loro a chiedere regole più dure.
IDA ha portato all'Autorità di regolazione per energia reti e ambiente (ARERA) una proposta insolita per un'associazione di imprese, quella di pagare di più. Chiede 500 euro per ogni megawatt richiesto, una garanzia bancaria pari almeno alla metà del costo dello stallo di connessione, circa 450.000 euro, e versamenti a tappe che si perdono se gli impegni saltano. Beltramino stima che solo l'1-2% delle richieste diventerà un investimento.4 L'8 ottobre il commissario ARERA De Santoli ha annunciato un documento di consultazione sulle connessioni dei data center, proponendo di abbandonare l'ordine di arrivo e di accettare le domande solo da chi ha già le autorizzazioni.12
Per le rinnovabili, che in coda hanno oltre 300 GW, una regola simile è appena arrivata. Il decreto del ministero dell'Ambiente firmato l'8 settembre chiede a Terna di dividere la rete in microzone, pubblicare la capacità disponibile in ciascuna e assegnarla in finestre periodiche. La capacità viene riservata in modo definitivo solo quando l'impianto ottiene il titolo autorizzativo.13 Sui data center, per ora, Terna ha messo in consultazione fino al 13 novembre un nuovo allegato del Codice di rete con i requisiti tecnici per collegarli all'alta tensione, che non tocca le regole della coda.14
Il Sud conviene, ma non per il prezzo di oggi
Si legge spesso che al Sud l'energia costa meno. Sul mercato all'ingrosso, oggi, non è così. Nel 2025 il prezzo medio del Nord è stato di 115,9 euro per megawattora e la differenza con il Sud di 0,8 euro, mentre nel 2024 era il Sud a costare 1,7 euro in più.15 A settembre 2026, con il gas in forte rialzo, le zone della penisola stavano tutte tra 201 e 207 euro e la Sicilia era a 238.16 Per chi investe pesa di più il divario con l'estero, perché nel 2025 il Nord Italia ha pagato in media 26,5 euro per megawattora più della Germania.15
Le ragioni per guardare al Sud sono la rete e le rinnovabili. Più della metà dei circa 23 GW di solare ed eolico già assegnati e non ancora in funzione si trova nelle zone Sud e Sicilia. Terna e Snam prevedono che nel 2030 il flusso tra Sud e Centro-Sud si inverta, con 21,2 TWh che salgono verso nord, e che circa 6 TWh di produzione rinnovabile restino senza impiego, soprattutto nelle ore centrali delle giornate di primavera.9 Un data center vicino a quegli impianti può usare energia che altrimenti verrebbe tagliata, senza bisogno di nuove linee per portarla fino a Milano. Ci sono anche svantaggi, come il clima più caldo e una rete in fibra meno fitta, ma Bari, Palermo e Genova sono già punti d'arrivo dei cavi sottomarini intercontinentali.4
Altri Paesi hanno dovuto scegliere dopo un blocco. In Irlanda i data center hanno usato nel 2025 il 23% dell'elettricità misurata, contro il 5% del 2015.17 Dal 2021 una direttiva dell'autorità aveva di fatto fermato le nuove connessioni; le regole pubblicate a dicembre 2025 chiedono ai nuovi impianti sopra i 10 MVA di portare generazione o accumuli propri, e di coprire entro sei anni l'80% dei consumi con nuove rinnovabili prodotte in Irlanda.18 I Paesi Bassi, nel febbraio 2022, hanno sospeso per nove mesi i nuovi data center oltre i 70 MW e i 10 ettari in tutto il Paese tranne due comuni del nord, Hollands Kroon e Het Hogeland, scelti perché vicini alla costa e all'energia rinnovabile.19
Che cosa ne penso
L'interesse è reale. L'Italia vale circa il 12% del Pil europeo e ospita il 4% della capacità dei data center, mentre a Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi e Dublino la corrente è diventata il limite.4 Ma i 100 GW misurano soprattutto quanto costa poco mettersi in fila. Non userei quel numero né per annunciare un boom né per spaventare i comuni, e mi pare un buon segno che sia l'associazione delle imprese a chiedere di pagare per la prenotazione.
Sono d'accordo con le due proposte sul tavolo, la garanzia economica proporzionata ai megawatt e la priorità a chi ha le autorizzazioni. Una prenotazione sulla rete ha un costo per tutti, ed è giusto che lo paghi chi la fa. Aggiungerei una terza cosa, che oggi manca: un motivo per costruire dove l'energia c'è. Con prezzi zonali quasi uguali il mercato da solo non manda nessuno al Sud, quindi deve farlo la regola, con mappe pubbliche della capacità disponibile e tempi di connessione più rapidi nei nodi dove la rete ha margine, come Terna farà per le rinnovabili. La legge lombarda 11 del 2026 va nella direzione giusta sul suolo, perché chi costruisce su terreno agricolo fuori dalle aree prioritarie paga un contributo di costruzione doppio o triplo.20 Sulla geografia dell'energia, però, una regione non basta: la scelta spetta ad ARERA e al ministero.
Come riconoscere un progetto vero
- ReteA che punto è la domandaUna STMG accettata è solo l'inizio. La soluzione di dettaglio o il contratto di connessione dicono che il progetto ha superato le autorizzazioni: ad agosto ci era arrivato meno del 2% della potenza chiesta.
- Terreno e permessiIl sito e l'autorizzazioneDal 2026 esiste un procedimento unico per i data center che deve chiudersi entro dieci mesi. Un progetto serio ha il terreno e un iter avviato.
- Soldi e clientiChi paga e chi usaUn operatore con clienti già firmati e un bilancio da mostrare è diverso da una società costituita per presentare la domanda.
- Potenza a tappeI megawatt nel tempoSecondo IDA un data center da 100 MW si costruisce in cinque anni, per fasi. Chi chiede tutta la potenza subito sta prenotando.
Il procedimento unico è stato introdotto dall'articolo 8 del decreto legge 21 del 2026, che ha anche dimezzato i tempi delle valutazioni ambientali.5 Chi vuole seguire la vicenda nei prossimi mesi farebbe bene a guardare due numeri al posto dei 100 GW: le domande arrivate alla soluzione di dettaglio, 15 ad agosto per 1,88 GW, e i megawatt in costruzione censiti da IDA, 230 nella ricerca di ottobre.